Il Commercio Equo e Solidale su Repubblica.it

Le vie del mercato equosolidale sono infinite

Il Commercio equo e solidale (Cees) celebra domani la sua giornata mondiale. Il Cees, o Fair Trade, è l’altra faccia della globalizzazione che, alla logica del massimo profitto, contrappone quella non profit della lotta allo sfruttamento e del consumo critico, impiantando nel Sud del mondo colture che servano anche a mitigare la povertà, rispettino la salute, le donne, i bambini, l’ambiente, la trasparenza, promuovendo lo sviluppo sostenibile e garantendo salari dignitosi.

Il movimento, che ha visto la luce fra i protestanti mennoniti americani nel 1945 e ha trovato lo slancio in Europa, a partire da Inghilterra e Olanda negli anni 60, costituisce ormai un fenomeno di mercato, seppure di nicchia: dal 2000 al 2005, in venticinque Paesi europei ha incrementato il suo valore di affari del 154 per cento, raggiungendo un fatturato di oltre 660 milioni. Quasi ottantamila i punti vendita, tra i quali prevale la grande distribuzione (oltre 57 mila supermercati e affini), seguita da circa 19 mila esercizi commerciali e poco meno di tremila “botteghe del mondo” che impegnano più di centomila volontari. In Italia, il fatturato 2006 è stato di 110 milioni: vendite al 45 per cento nella grande distribuzione e per il resto nelle circa 500 botteghe.

Nel mondo, come in Italia, i produttori della filiera Cees sono piccole organizzazioni, famiglie o coop del Sud del mondo, che devono garantire il rispetto di minime norme sul salario e i diritti degli associati e dei dipendenti, avviare processi produttivi ecocompatibili, investire la parte dei guadagni superiore a quelli di mercato in azioni per la comunità: il Fair Trade pacifica comunità uscite dalla guerra come in Ruanda, fa aprire scuole, fornisce pari opportunità alle donne.
I traders, invece, sono gli esportatori-importatori che selezionano i produttori, li formano e pagano loro un prezzo “dignitoso”, indipendente dagli sbalzi del mercato. In Italia, le maggiori centrali di export-import equo e solidale sono una decina, ma anche le catene della grande distribuzione come Coop hanno stipulato contratti fair con i produttori.

Organismi di certificazione verificano e garantiscono che la produzione sia eseguita secondo i dettami fair. Quanto ai distributori, un tempo erano soprattutto le botteghe. Poi sono arrivati i supermercati.

Negli ultimi mesi, però, il fair trade è diventato oggetto di inchieste dei giornali economici: a settembre il Financial Times ha denunciato che in Perù, in quattro piantagioni di caffè equo e solidale, i lavoratori sono pagati sotto il minimo sindacale, che le coltivazioni si estendono anche su aree protette, che una parte del prodotto certificato fair è di origine ignota. “Qualche errore va messo nel conto”, ma “la struttura generale funziona” spiega Alberto Zoratti vicepresidente dell’Agices, l’associazione di categoria dell’Equo e solidale. L’Economist, a dicembre, ha sostenuto che il fair trade è assitenzialista e vizia il mercato. Giampaolo Barbetta, economista della Cattolica, ribatte che il Cees “giova in qualche misura perché apre sbocchi a produttori che altrimenti non avrebbero avuto accesso ai mercati occidentali e ai nostri standard di qualità” e che “rompe il monopolio dei singoli mediatori, aprendo alla concorrenza anche le aree più isolate”.

Intanto, come annuncia il senatore dell’Ulivo Nuccio Iovene, il Parlamento italiano sta lavorando a una legge anticontraffazione, la prima del genere in Europa.

vedi articolo originale

Leave a Comment